Sabato 18 e domenica 19 marzo 2006, presso la Sala degli Specchi del Castello di Guiglia, si inaugura la personale dell’artista bolognese Fabio Torre, dal titolo Portraits. Questa mostra propone un aspetto relativo ad una quota importante del lavoro di Torre, quello riguardante il ritratto. Oggi, nello spazio che resta tra la grande tradizione pittorica e le nuove tecnologie, ci sono generi che sembrano resistere al tempo e che comunque nei media attuali hanno trovato il loro spazio. Il ritratto, appunto, è tra questi, e non a caso esso rappresentò il tema principale che accompagnò oltre un secolo e mezzo fa la nascita della fotografia. Da allora, il genere-ritratto (e la pittura più in generale) hanno vissuto crisi e rinascite, avendo un compagno di strada tanto ingombrante e comunque non privo di stimoli. La ritrattistica di Fabio Torre pone riferimenti precisi: un certo modo di proporre i soggetti, inaugurato probabilmente dalle grandi serigrafie di Warhol; il cinema degli anni ‘60-’70; la cultura underground; la fotografia nella sua accezione più classica, pre-digitale. I soggetti si presentano decontestualizzati, in un abbigliamento ed in un’atmosfera minimalista, atteggiamento frontale e lo sguardo diretto all’osservatore, naturalmente raffigurati nel bianco e nero che è una delle cifre stilistiche della pittura di Torre. Questi elementi contribuiscono all’eliminazione dei tradizionali “filtri” che spesso ingombrano la scena della ritrattistica tradizionale (abbigliamento, oggetti, contesto, espressione) per consegnarci il soggetto nella sua versione più “diretta” possibile. Spesso i ritratti hanno grandi dimensioni e questo contribuisce a ribaltare il tradizionale rapporto opera-fruitore: il ritratto occupa tutto lo spazio e l’osservatore non è dominato, ma certo attratto. Il soggetto non manca di emanare un certo erotismo che, complici anche le dimensioni, stimola chi guarda ad “entrare nel quadro”. Il pubblico guarda l’opera o “viene guardato” da essa? Questi ritratti si offrono anche come sguardo sul contemporaneo. La figura umana, anche solo nei tratti distintivi del viso, sa darci infatti una “fotografia” del mondo in cui viviamo non meno di altre rappresentazioni simboliche, quali il paesaggio. A patto che essa si presenti fedele testimone del proprio tempo e non solo nella sostanza, ma anche nel linguaggio usato. La pittura infatti è spesso terreno di equivoci ed anacronismi e tra questi vi è la confusione tra tecnica e linguaggio. La pittura di Fabio Torre anche in questo cerca chiarezza: la tecnica può anche essere quella di sempre e la sua strada correrà parallela ai nuovi mezzi che negli anni si sono aggiunti, ma il linguaggio no: quello deve essere inequivocabilmente nostro, di oggi.