
Fabio Torre (1955), pittore bolognese figurativo e concettuale in bilico tra fotografia, cinema e video, espone per la quarta volta nella galleria bresciana opere dipinte a olio dal titolo "Frames from a Lost Friend". La sua originale rilettura del mezzo Super 8, utilizzato nell'arte sperimentale degli anni Sessanta-Settanta, lascia senza fiato. I frame di Torre prendono spunto dalla romantica vicenda dell'artista olandese Bas Jan Ader, attivo in California nei primi anni Settanta, partito su una minuscola imbarcazione con l'obiettivo di attraversare l'oceano Atlantico per realizzare In Search of the Miraculous: una sfida estrema dei propri limiti. Nelle prime opere di Torre si vede il protagonista che si dirige verso il largo su una bicicletta, fino alla sua sparizione nel mare, e gli spettatori restano lì, nell'attesa di vederlo ricomparire; dopo, invece, si vede la sua bicicletta adagiata sulla spiaggia come ready made della speranza. Sulla parete accanto si trovano altre immagini ipnotiche che iconizzano il movimento del mare dall'orizzonte piatto e dalla calma inquietante, dove si materializza una sensazione di sospensione e di attesa di un'apparizione; questa tensione si dissolve in un'atmosfera metafisica. In un'altra sequenza, presentata nel formato del provino a contatto, il protagonista è ripreso nel video I'm Too Sad to Tell You, malinconicamente risolto in un inconsolabile pianto. Torre non è mai retorico o nostalgico e approfondisce la possibilità dei media di amplificare la potenzialità illusoria di fotografia, cinema e video.
Jacqueline Ceresoli, Flash Art, Giugno 2010
...Torre utilizza esclusivamente il bianco e nero riducendo così al minimo indispensabile la retorica dell’elemento cromatico. E’ una soluzione secca, immediata e senza fronzoli, che non vira su alcun aspetto malinconico, di nostalgico gusto retrò, né gli interessano le atmosfere velate o l’effetto flou di recupero della memoria. In nessun caso questa pittura risulterà prigioniera dell’atmosfera: il b/n corrisponde a una sorta di misura necessaria per difendersi dalla retorica del colore, per non lasciarsi scivolare negli eccessi narrativi. Altre volte è stato sottolineato, a proposito di questo genere di pittura, il rapporto che eventualmente corre con la fotografia sulla base di considerazioni su quale possa ritenersi lo strumento più adatto ed efficace a rappresentare la realtà… …Ben più complesso è il rapporto tra la pittura di Torre e il linguaggio cinematografico, che diventa a questo punto la grammatica, l’insieme di regole, su cui far riferimento. Proprio perché attento a tenersi lontano dalla seduzione del contenuto, Torre non indaga eventuali fonti iconografiche nel film noir o in generale nelle atmosfere del cinema più ruffiano e sentimentale. Per lui è importante trovare la possibilità che il cinema offre di “far vedere” più cose sullo stesso piano, sottraendole alle normali logiche temporali… …Altri soggetti e altre situazioni presenti in diverse circostanze nella pittura di oggi, e non solo in Italia, non devono qui trarre in inganno. Torre non è concentrato su quelle tipologie ricorrenti che più di una volta prendono il sopravvento quando la lettura “contenutistica” si fa troppo marcata anche se necessaria. E’ chiaro, Torre è un artista del nostro tempo e come tale non può fare a meno di osservare la messinscena dialettica di spazio e tempo nella contemporaneità, farsi colpire dalla magia di atmosfere metropolitane e luoghi tipici del nuovo millennio. Ma la matrice culturale di Torre è un’altra, è di natura concettuale e affonda le radici nell’arte degli anni ’70, in particolare nei momenti in cui si utilizzavano fotografie, filmini super 8, primi videotape per riferire della realtà “in diretta”, senza filtri emotivi, unico residuo e testimonianza che qualcosa era accaduto. Attraverso performance a bassa definizione, episodi di narrative art, registrazioni amatoriali che spesso non avevano neppure la dignità estetica di opera d’arte “finita”, si tentava di “raccontare” un mondo in cui non accadeva nulla di straordinario, dove il tempo reale si sovrapponeva del tutto al tempo fittizio, o all’assenza di tempo, fino ad assumere toni ipertrofici e innaturali. Torre con intelligenza recupera questa componente a suo modo eversiva e la trasferisce all’interno del linguaggio pittorico, che invece è solito puntare su forme dominate dai soggetti e dalle storie…
…La ricerca artistica di Fabio Torre affronta il complesso ecosistema del mondo delle immagini. All’azione di critica o, all’opposto, di celebrazione dello stato di fatto l’artista preferisce il percorso ben più tortuoso della riflessione ontologica, dell’analisi linguistica, della ricerca di una pittura che non sia epigone o celebrazione della fotografia, del cinema. Una pittura rinnovata nel linguaggio che dalla coralità delle estetiche tecnologiche attinge l’idea del movimento, l’ambiguità della manipolazione digitale, l’utilizzo della luce, la simultaneità e lo spaesamento temporale. La ricerca di Fabio Torre non è mera contaminazione tra generi, nasce dalla consapevolezza del potere dell’inconscio tecnologico dei media sul nostro modo di guardare e sulla formazione dell’immaginario contemporaneo. Per questo le sue immagini dipinte, disegnate o serigrafate, sono visibili borderline rigorosamente in bianco e nero, connotate da un’ambiguità percettiva diffusa che si muove sempre in bilico tra figurazione e astrazione, tra trasposizione del reale e rappresentazione di una dimensione d’irrealtà, tra sospensione spazio-temporale dell’attimo e dinamismo dell’immagine… …In questo processo di s-definizione dell’immagine – che è sguardo, pensiero, segno, sintassi e non diventa mai narrazione o “icona” – Fabio Torre ricorre alla categoria del fotografico per epurare l’opera d’arte di quel decorativismo frequente in pittura e per ampliare la percezione sinestetica dell’immagine. Soprattutto, la citazione ricorrente all’estetica cinematografica nelle inquadrature, nei contrasti luminosi, nel movimento delle composizioni e nella lettura visiva delle opere produce nella sua pittura una sorta di minimalismo concettuale: il valore formale dell’opera prevale sulla rappresentazione del soggetto. L’immagine esiste indipendentemente, e l’oggetto rappresentato esibisce una diversa identità, più cruda e sintetica, al di là di tutte le possibili relazioni esistenti nel contesto iniziale di prelievo…
…L’iniziazione di Fabio Torre al ritratto, invece, è scaturita dall’esigenza di dare una forma allo sguardo che pratica l’uomo contemporaneo nella rappresentazione del reale, sguardo che coincide con l’inconscio tecnologico, con il “fotografico” – la matrice concettuale della fotografia e del cinema – condizionando inevitabilmente la nostra azione del vedere e del rappresentare per immagini. Le sperimentazioni di Andy Warhol nel cinema e nell’arte, la fotografia contemporanea tedesca e americana sono il background della sua ricerca sul ritratto interpretato come specchio della contemporaneità. Anche gli album fotografici dei missing, le persone scomparse nel mondo, sono documenti utili nello studiare i codici di rappresentazione, nell’ampliare i confini della pratica del ritrarre e del farsi ritrarre – pure nell’essere ritratti entra in azione l’elemento “fotografico”, che connota il nostro atteggiamento nell’atto di essere guardati invertendo il gioco delle parti (da voyeur a soggetti osservati) e la percezione di noi stessi…








